A volte ritornano
lunedì, 22 settembre 2008, ore 12:42

Ci incontrammo un giorno di tanti, tanti anni fa, quando per contare la nostra età bastava ancora la somma delle dita di due manine. A scuola si allestiva una recita sull’Unione Europea: un lavoro immane, interamente ideato e realizzato da bambini e insegnanti e destinato a imperitura memoria, quale segno tangibile dei bei tempi andati e ultima tappa prima del fatidico passaggio dai banchi delle elementari a quelli delle medie. Io ero già una donnina estremamente impegnata e, per quanto cercassi di defilarmi da simili sfiancanti imprese, finii anche quella volta per metterci tutta l’anima e trascorrere gli ultimi mesi prima degli esami in uno stato di pressoché totale reclusione scolastica, sgobbando tra ricerche, copioni, costumi e prove generali. Diagnosticatomi un precoce esaurimento nervoso da cartelloni (mai visti e realizzati tanti in tutta la mia vita), le maestre decisero di affiancarmi una valida collaboratrice. Fino al momento in cui ci fecero conoscere, avevamo vissuto l’una senza sapere dell’esistenza dell’altra e ignare del fatto che quell’incontro si sarebbe rivelato tutto fuorché affidato al caso.

Il primo impatto per me non fu positivo; nell’ingenuità dei miei dieci venerandi anni riuscivo ad essere ancora più antipatica di quanto non sia adesso, e soprattutto non avevo sviluppato la capacità di celare le mie sensazioni per evitare di ferire i sentimenti altrui (capacità di cui ancora fatico ad appropriarmi). Il suo sorriso invece dimostrava che per lei era stato amore a prima vista, ma dato il mio scarso tatto, l’approccio non poté che essere estremamente scontroso:
- Lo sai che se cadi per terra fai un buco?
- Se cadi tu, invece, trovi il petrolio!
Inutile dire che da allora diventammo inseparabili: compagne di banco quasi ininterrottamente fino all’ultimo anno di liceo, compagne di giochi, di merende e di pettegolezzi, complici e confidenti  lungo un percorso che sembrava infinito, fatto di risate, chiacchiere e lacrime amare. Inseparabili in ogni dove, crescemmo l’una accanto all’altra tenendoci per mano (piccola precisazione, fui io a vederla crescere più che altro, dal momento che a dodici anni lei prese letteralmente il volo, lasciandomi a malapena all’altezza della sua spalla), abbandonammo insieme le dimensioni cubiche per assumere pian piano fattezze femminili, ma non perdemmo mai quella parte infantile che continuava a farci ridere a crepapelle per le scemenze più incredibili.

Non so dire come né quando o perché qualcosa si incrinò. Iniziarono i litigi, le incomprensioni, fino a che le nostre strade presero due direzioni diverse. Ma il passaggio fu tutto tranne che indolore. Non smettemmo mai un istante di volerci bene, e sono sicura che fu doloroso per lei quanto per me vedere che qualcosa stava cambiando: ci rivolgemmo a stento la parola per un interminabile ultimo mese di scuola pur continuando ad essere compagne di banco, trascorremmo l’ultima cena con i professori sedute ai poli opposti del tavolo e non ci fummo l’una per l’altra all’esame orale della maturità. Eravamo state sempre estremamente diverse e questa fu per anni la nostra forza, ma all’improvviso sembrava che avessimo varcato il confine tra la diversità e il diventare due perfette estranee. Io non mi riconoscevo più nel suo modo di fare, nei posti e nelle persone che frequentava, e probabilmente fu altrettanto per lei, ma non riuscimmo mai a parlarne.

Nessun litigio furibondo, nessuna reazione spropositata, nessuna “rottura” ufficiale. Semplicemente, i due anni che seguirono furono di totale silenzio. Io non riuscivo più a riavvicinarmi, e questo non vuol dire che non lo desiderassi profondamente, mi gettai a capofitto nell’ultimo anno di conservatorio, cercai amicizie altrove e ne trovai qualcuna degna di essere definita tale, e lo stesso può dirsi del nuovo mondo romano, ma in fondo al mio cuore ho continuato ad avere nostalgia del rapporto unico e speciale che avevo con lei, nonostante non sia mai riuscita a superare quella strana paura di farmi di nuovo male. Vi ho già detto altrove che una misteriosa rosa bianca ricevuta il giorno del mio compleanno ha dato il via a qualcosa di bello e strano insieme che non saprei altrimenti definire. Due giorni fa ci siamo finalmente ri-incontrate, -osservate, -ascoltate, -abbracciate e, se due anni di lontananza con tutto ciò che è successo e che ci siamo perse ci hanno sicuramente cambiate, è stato come se il tempo non avesse cancellato l’affetto ed i momenti indimenticabili che abbiamo vissuto insieme.

Ma devo restare coi piedi per terra e non mi spingo oltre. Chi vivrà vedrà. Una rosa bianca non potrà sicuramente cancellare in un colpo tutte le incomprensioni che ci hanno fatto stare male, ma io voglio sperare per un’ultima volta che questo tentativo possa andare a buon fine.


così parlò ausrufezeichen. commenti (7)


Considerazioni
sabato, 13 settembre 2008, ore 19:50

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale.

Oggi nella mia ridente e florida cittadina si svolge quello che da qualche anno a questa parte sembra essere diventato l’evento mondano per eccellenza: la notte bianca! Il capodanno dell’estate, la notte delle notti, il coronamento di un’intera stagione di bagordi festaioli, di luci stroboscopiche e musica assordante, di abbigliamento glamour, serate “in”, gente giusta e popolare, quella che - ommmiodddiozzètizzùro - per il semplice fatto di esistere ridona un senso ad ogni luogo benedetto dalla propria presenza (e non dimentichiamoci di aggiungere la chicca dell’evento culturale, del concertino o della mostra del cazzo alla quale a nessuno importa prendere parte, ma che non possono mancare, ché si sa, ormai l’intellettualoide fa tendenza). Capodanno, festa della donna, adesso anche la notte bianca… Giornate in cui, ancor di più che nel resto dell’anno, se non fai “qualcosa” e non sei capace di essere una pecora, non conti nulla e puoi direttamente andare a scavarti la fossa. In altre parole, l’apoteosi di tutto ciò contro il quale sono nata per condurre la mia strenua battaglia (pugno in alto – non per forza comunista –, capelli al vento e sguardo fiero: Veronica, la paladina della giustizia è tra noi! Applausi).
 
Io non pretendo di penetrare il complicato sistema della psicologia delle masse e di riuscire a metterne a nudo i più oscuri segreti, né tantomeno di fare filosofia spicciola o di sparare sentenze sugli altrui modi di vivere, perché sostanzialmente se la società va a rotoli, non esiste più la mezza stagione e si stava meglio quando si stava peggio, a me non importa affatto. Quello che un po’ mi interessa è capire se devo essere sempre la solita disperata guastafeste e asociale a pensarla in un certo modo, o se al mondo esistono altre anime infelici capaci di viaggiare sulla mia stessa lunghezza d’onda.
 
Partiamo dal presupposto (chiaramente intuibile) che sono sempre stata allergica alle formalità, alle costrizioni, al doversi comportare come “tutti” fanno perché il solo coesistere nello stesso luogo e tempo di bovini pascolanti impegnati nella medesima nullafacenza fornisca l’occasione per legittimare consuetudini obiettivamente opinabili. Aggiungiamo a questo il fatto che odio la gente. Attenzione, non ho detto “odio le persone”; significherebbe non amare la vita in sé, la quale a mio modo di pensare non ha altro aspetto meraviglioso se non gli incontri speciali, strani, lieti e allucinanti che ci porta a fare, e con essi il quantitativo infinito di pensieri, emozioni, parole, sguardi che fanno di ognuno di noi ciò che è per sé, per gli altri, con e attraverso essi. Odiare la gente significa odiare i non-volti, i non-sorrisi, i non-pensieri, i non-occhi, il non-cuore che un’accozzaglia informe di entità indefinite e indefinibili può non-avere. Odiare un non-qualcosa è come non odiare niente, ma dal momento che il niente assume consistenza (e, nei casi più gravi, persino importanza) se qualcuno inizia a prestargli attenzione, ecco che quella che solo apparentemente è una lotta contro i mulini a vento diviene qualcosa di cui parlare.
 
In queste occasioni di euforia e fermento generalmente diffusi (senza considerare i casi in cui gli animi sono così sovraeccitati dal perdere il controllo e arrivare addirittura a mandarsi a cagare), che da attenta e scrupolosa osservatrice non manco mai di studiare approfonditamente pur cercando di tenermi a dovuta distanza, noto sempre una contraddizione di fondo: l’esaltazione e il fermento festaiolo raggiungono l’apice fino al momento prima che l’evento abbia inizio, quando all’improvviso, nell’istante esatto in cui l’orgasmo dovrebbe finalmente esplodere e donare un senso di profondo appagamento, il tutto implode in una generalizzata mollezza interiore che fa vivere quello che fino ad un momento prima sembrava l’unico vero motivo per il quale essere al mondo come un banale accidente di un’esistenza vuota e priva di emozioni, ingiusta punizione inferta ancora una volta da un destino ingrato. Volti inespressivi e omologati sotto un mascherone di trucco, studiato appositamente per dimostrare almeno un decennio in più, iniziano a spegnersi in una tristezza abissale: la noia ha ancora una volta preso il sopravvento. Nulla può salvare dal baratro dello sconforto gli animi di quanti hanno ora la sensazione che quei lustrini non riescano a brillare abbastanza nel loro unico momento di gloria, ma una speranza sepolta in fondo al cuore riesce a rimettere insieme i cocci di una serata inevitabilmente finita a puttane: “Ho portato la macchina fotograficaaa!” E allora coraggio, non tutto è perduto. Un falsissimo sorriso giusto per il tempo di un click si riesce ad imbastire, e gli abbracci amichevoli tra perfetti sconosciuti, le pose che donano un etto in meno, le pacche sulle spalle e lo slancio vitale che si esaurisce in un cheeese senza suono domani faranno morire di invidia tutti, quando verranno postati sul blog.

Detto questo, secondo voi è davvero grave se in serate come questa non scoppio dalla voglia di uscire per perdere due ore del mio tempo tra strade intasate e parcheggi inesistenti, oppressa dall’afa e dalla folla unta, appiccicaticcia e indemoniata, e sono quasi contenta che stia per arrivare un temporale?

Ultimo aggiornamento: naturalmente, poi, ad un terzo di notte bianca ci sono stata e posso confermare parola per parola quello che ho scritto sopra. Già che sono in vena di considerazioni, mi viene da chiedermi perché, se penso a quanto amo i miei genitori, piango. Ma questa è un'altra storia, e forse la racconteremo nella prossima puntata.


così parlò ausrufezeichen. commenti (9)



Veronique, c'est moi
Sono io. Non posso essere altrimenti che così e per alcuni versi ne vado fiera. Perché nel mondo di sterili ed apatici scheletri senza volto e senza nome in cui viviamo, sono contenta di avere una personalità, seppure inevitabilmente imperfetta e soggetta all’errore. Due o tre cose che so di me: amo l’Arte nella sua più profonda essenza, suono il violino da quando avevo 4 anni e desidero con tutta me stessa che la Musica non smetta mai di essere il motore della mia esistenza. Innamorata della vita, dell’Amore, della mia famiglia, della cultura, ho dei valori nei quali non mi sono ancora stancata di credere. L’ignoto mi attrae e spaventa allo stesso tempo, ma credo fermamente che proprio l’impossibilità di conoscere ciò che la vita ci riserva la renda davvero degna di essere vissuta.

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Veronique Giuffrè


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nuvole nere sul mio cielo
gli addii. l'ipocrisia. l'invidia. l'ignoranza. il mio orgoglio. le mie debolezze. la solitudine. la cecità dei normali. le formalità. avere paura. non poter dire ciò che penso. perdermi, in tutti i sensi.


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note
J.S. Bach. S. Barber. L.V. Beethoven. H. Berlioz. G. Bizet. L. Boccherini. A.P. Borodin. J. Brahms. A. Corelli. F. Chopin. P.I. Ciajkovskij. C. Debussy. A. Dvorak. E. Elgar. G. Fauré. E. Grieg. F.J. Haydn. P. Hindemith. F. Liszt. G. Mahler. F. Mendelssohn. W.A. Mozart. M. Mussorgsky. N. Paganini. S. Prokofiev. G. Puccini. M. Ravel. S. Rachmaninoff. N. Rimsky Korsakov. M. Reger. C. Saint-Saens. P. Sarasate. D. Shostakovich. F. Schubert. R. Schumann. J. Sibelius. B. Smetana. R. Strauss. I. Stravinsky. G. Tartini. G.B. Viotti. T. Vitali. A. Vivaldi. R. Wagner. H. Wieniawski. W. Walton. Aerosmith. Anastacia. Gary Burton. Eric Clapton. Miles Davis. Astor Piazzolla. Eric Satie. Stevie Ray Vaughan. Coldplay. Iron & Wine. Ligabue. Norah Jones. Keane. Lenny Kravitz. Muse. Negrita. Negramaro. Oasis. Radiohead. Red Hot Chilli Peppers. Savage Garden. Skin. Queen. The Coral. Travis. The Velvet Underground.

pellicole
La leggenda del pianista sull'oceano. Amadeus. Amata immortale. Canone inverso. Il pianista. Schindler's list. Big Fish. Edward mani di forbice. La sposa cadavere. A nightmare before christmas. La fabbrica di cioccolato. Arancia Meccanica. Sette anime. La ricerca della felicità. Cruel Intentions. Il favoloso mondo di Amélie. Vero come la finzione. A beautiful mind. The illusionist. Silent Hill. Scoprendo Forrest. Neverland. Il curioso caso di Benjamin Button. V per vendetta. La maledizione della prima luna. Starsky & Hutch. Un appartamento per tre. Zoolander. L'era glaciale. Shrek. Harry Potter e la pietra filosofale, ..e la camera dei segreti, ..e il prigioniero di Azkaban, ..e il calice di fuoco, ..e l'ordine della fenice. Ratatouille.

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