Mine.
martedì, 30 giugno 2009, ore 19:40

Quando, in un solo giorno, accade che ottieni un sudatissimo 30 e lode per un esame in cui non te lo saresti mai potuto aspettare; concludi l'anno accademico con la lezione di violino più bella di tutta la vita, di quelle che ti aprono gli occhi, la testa, ma soprattutto il cuore; leggi il tuo nome al primo posto della graduatoria per le borse di studio agli studenti meritevoli...Non puoi non pensare che sia decisamente il tuo giorno fortunato.

E si ritorna in salita, verso traguardi sempre più alti, ma pur sempre lontani, con una ritrovata voglia di mettersi in gioco e le redini di nuovo saldamente strette tra le dita. Sento che mi sto riappropriando di tutto ciò di cui credevo aver preso il controllo, e finalmente riesco a scorgere qualcosa oltre i contorni sfocati dei fotogrammi sconnessi che non riuscivo più a riconoscere come vita. Tutto è nelle mie mani, e non c'è niente di più bello che poterlo condividere con chi mi sta intorno e gioisce incondizionatamente dei miei sorrisi, pur potendo gelosamente custodire tutto questo come solo ed esclusivamente

mio.

 

(For  the  first  time  you  came  back  in  my  dreams  last  night,  and  maybe  there  I  miss  you,
but  when  I'm  awake  I'm  sure  I  can  go  on  without  you)


così parlò ausrufezeichen. commenti (1)

Poco o nulla da aggiungere
sabato, 13 giugno 2009, ore 11:30


così parlò ausrufezeichen. commenti (3)

All good things come to an end
martedì, 02 giugno 2009, ore 10:54

Al di là di quali vie percorra o di quanto tempo impieghi perchè accada, la verità alla fine viene sempre a galla. Poco importa che ci sforziamo inconsapevolmente di imprimere a fuoco sulla pelle delle maschere perfette con cui ingannare lei e offrire a noi stessi un rifugio impenetrabile: arriverà, impietoso, il momento di fare i conti con quanto di più autentico bisbiglino sommessamente le pieghe più profonde dell'anima. E quando il cuore smette di parlare in sordina, è impossibile far finta di non saperlo ascoltare.

Non mi dilungherò troppo sul come, il quando o il perché qualcosa si sia incrinato a tal punto da farmi prendere una decisione che già da qualche tempo mi ronzava in testa e che non ho più potuto ignorare. Anche le cose belle giungono ad una fine, e mi piace pensare che forse sia meglio che questo accada quando conservano ancora un debole alone di magia, piuttosto che nel momento in cui si è distrutto anche tutto ciò che di buono era stato costruito in passato. E' dura accettare - soprattutto con se stessi - che un amore finisca, e sentirlo lentamente ma inesorabilmente perdere quota è un dolore martellante che, goccia dopo goccia, finisce per portarsi via ogni cosa, lasciando dentro poco più che un grande senso di vuoto e smarrimento. Restano a colorare le pagine di ciò che è già divenuto passato soltanto i ricordi, incancellabili ed insostituibili, che ci aiutano a guardare alla vita che verrà con occhi sempre nuovi e mai stanchi di stare a vedere cosa ci attende. E la certezza di non essere mai soli dona la forza per riuscire finalmente a far pace con i propri sentimenti.

C'è bisogno di un grande coraggio per scegliere la via dell'incerto e lasciare in soffitta una normalità travestita da stabilità che appare ormai scolorita e offuscata dalla polvere, e anche stavolta credo che potrei non pentirmi di aver seguito il mio cuore. Ho ancora tanto da vivere, respirare e assaporare, che non posso più indugiare, rischiando di lasciare che mi sfugga per sempre. E guardare l'orizzonte lontano mentre percorro la mia strada non fa poi così tanta paura, anche adesso che nessuno è al mio fianco a tenermi per mano.


così parlò ausrufezeichen. commenti (3)

Awakenings
lunedì, 11 maggio 2009, ore 02:05

E' primavera, finalmente. Il mio blog - e non solo - ha bisogno di (ri)cominciare a vivere.

Mi aggiro per casa con un’incontrollabile voglia di fare, una di quelle che possono venirmi solo quando la luna piena è alta in cielo già da un pezzo e il caos dentro di me cerca di straripare dai deboli argini del silenzio della notte. Mi risveglio dopo un inverno che sembrava non voler più finire, appesantita, goffa e stanca, ma un’irresistibile brama di vita mi accende di una luce che voglio non si affievolisca al prossimo sorgere del sole. Da giorni sento l’esigenza di un cambiamento, di una svolta che possa davvero segnare un nuovo inizio, che mi aiuti una volta per tutte a liberare quanto di meglio possiedo e che attende gli si apra uno spiraglio per ritrovare la libertà. C’è una parte di me che ancora non conosco, ma che sento potrebbe dare a me e agli altri cose straordinarie se solo non la ostacolassi, con i miei stupidi timori e le mie smanie di perfezione, nel mostrarsi in tutta la sua bellezza. E mi chiedo continuamente che cosa io stia aspettando per far sì che le cose vadano come voglio, perché so bene che dipende solo da me, qui ed ora, ciò che posso scegliere di essere o di diventare.

Mi capita troppo spesso di retrocedere sullo sfondo, mentre il tempo vola via inafferrabile, e di sentirmi una spettatrice della mia vita piuttosto che protagonista, osservandola fin nei minimi dettagli per cercare fuori di me quel particolare, quella impercettibile sfumatura che mi manca per fare di me “qualcuno”, perché possa capire davvero chi sono e dove voglio andare. Mi perdo tra i pensieri, mi confondo tra la gente, smetto di credere che essere né più né meno di ciò che già sono potrebbe voler dire aver trovato la strada giusta da intraprendere. E soltanto per brevissimi istanti mi rendo conto di quanto il mio modo di fare sia sbagliato.

Penso a tutto questo mentre Geri Allen e il suo trio sono davanti ai miei occhi, dentro le mie orecchie e mi fanno andare il respiro a tempo con le loro note, mentre quella forza della natura di Maurice Chestnut compie la magia di trasformare ogni cellula del suo corpo in ritmo allo stato puro. E’ curioso come sia sempre la Musica a risvegliare in me i moti più tumultuosi; lei che non smette mai di essere, mio malgrado, il perché di tutto ciò che mi scorre sotto la pelle. Lei che potrebbe darmi gioia e liberazione se solo la accettassi come ragione e regola delle mie giornate, ma che mi provoca molto più spesso dolore e frustrazione perché non riesce ad imporsi sull’indolenza e il senso di colpa che la tengono prigioniera. Lei che mi fa stare sveglia di notte, rubandomi l’energia che potrei - e dovrei - dedicarle di giorno; lei che mi inganna, facendomi credere di poterne non avere costantemente e disperatamente bisogno, e mi mostra la verità per attimi così effimeri da non lasciarne traccia nel più remoto ricordo.

La verità è che, quando mi sarò finalmente svegliata dal torpore di cui sono schiava, guarderò ai miei 8 esami da superare, al presunto saggio di violino alle porte, alla Capitale che mi circonda con i suoi mille volti nascosti, alle amicizie, all’amore, al centinaio scarso di mattonelle su cui ho scelto di costruire, ramoscello dopo ramoscello, il mio nido… a queste e a tante altre cose, non più come sfocati fotogrammi che mi scorrono davanti e affollano i pensieri, ma come opportunità che non ritornano e che non posso permettermi di rimpangere, un giorno, di non aver afferrato.


così parlò ausrufezeichen. commenti

mercoledì, 15 aprile 2009, ore 13:55

Il tempo passa, il mondo cambia, la terra trema. Vite spezzate, certezze distrutte, sogni bruciati, e a stento si scorge uno spiraglio di speranza tra le nebulose confuse dei ricordi che graffiano il cuore. C’è chi ha ben poco di cui ringraziare il cielo in questa Pasqua di dolore e silenzio, che dire ci abbia “scossi” sembra quasi un’ironia di pessimo gusto. C’è chi si sente in colpa di essere rimasto a gioire per la propria fortuna, chi ha paura del destino crudele che in un modo o nell’altro ci porterà via tutti, e chi come me quasi si vergogna di aver pianto l’altra notte perché la sua gattona è morta dopo 15 lunghi anni che l’avevano resa a tutti gli effetti un membro della famiglia.
Non voglio ricordarla sofferente, ridotta pelle ed ossa, completamente priva di forze, quando ormai non riusciva più a vederci, sentirci, né a miagolare per il dolore che la stava uccidendo, ma non potrò dimenticare l’affetto che non ha mai smesso di regalarci, persino nell’istante in cui se ne stava andando, con quel movimento delle zampine che faceva da cucciola mentre prendeva il latte dalla mamma e con cui fino alla fine ha voluto ringraziarci e farci capire a suo modo che ci voleva bene.
E’ impossibile comprendere il senso di vuoto che rimane per la perdita di un amico a quattro zampe se non si è sperimentato l’amore incondizionato con cui ogni giorno questi esserini sono capaci di riempirci la vita. E non si può fare a meno, in tempi come questi, di sentirsi enormemente fortunati di fronte allo sgomento di chi ha perso ogni cosa e non trova la forza per rialzarsi e andare avanti.
E’uguale per tutti il dovere di chi resta: ricordare per vivere, e vivere per ricordare, perché nulla in questa vita crudelmente meravigliosa venga anche solo per un attimo sprecato.


così parlò ausrufezeichen. commenti (1)

mercoledì, 25 marzo 2009, ore 23:47

Around here, however, we don't look backwards for very long.
We keep moving forward, opening up new doors and doing new things, because we're curious... and curiosity keeps leading us down new paths.


così parlò ausrufezeichen. commenti

In breve
venerdì, 27 febbraio 2009, ore 11:36

Sarete ansiosi di sapere che:

1) Ho un nuovo taglio di capelli che mi rende ancora più affascinante.
2) Ho deciso di dire no alle schifezze e sì al perdere dieci chili entro l'estate (e giuro che troverò il momento per iniziare).
3) Mi sento nervosa, stanca, inconcludente e stonata come il mio violinetto scordato.
4) Ho paura di non sapere che strada prendere e resto ferma ad attendere che l'Illuminazione piova dal cielo.
5) La mia vocina da bimbetta di 4 anni ha preso il sopravvento su quella da persona seria ed inizio ad assumere comportamenti infantili per i tre quarti delle mie giornate.
6) Conseguentemente ai punti 4 e 5, invece che andare avanti, mi sembra di tornare pericolosamente indietro ogni momento che passa.
7) La mia cleptomania da articoli di cancelleria si è spaventosamente aggravata.
8) Sebbene abbia un buco in un punto equivocabile del braccio, non ho ancora iniziato a drogarmi.
9) Recentemente ho sognato di prendere a botte il mio ragazzo e mi sono svegliata con le braccia doloranti.
10) Nonostante le apparenze, sono ancora profondamente innamorata.
11) Vorrei leggere dieci libri contemporaneamente, perciò non ne leggo nessuno.
12) La vena creativa mi ha lasciata dopo aver modellato un porcellino di pongo.
13) Il mio senso del risparmio è preoccupantemente aumentato, al punto che compro le scatolette di tonno callipo a due euro in meno per metterle in valigia.
14) Ho ricominciato a mantenermi in equilibrio su un paio di scarpe col tacco.
15) Sono diventata freddolosa. Oppure fa veramente troppo freddo.
16) Il parlare del tempo sul mio blog mi provoca scompensi psichici, in quanto pericoloso segnale del non avere più nulla da dire.
17) Sto semplicemente cercando
18) un modo per arrivare
19) rapidamente
20) al punto 22,
21) ché il numero mi piace un sacco.
22) Chiedetemi se sono felice. Vi risponderò senza alcun dubbio "sì".


così parlò ausrufezeichen. commenti (5)

Buon Natale means Merry Christmas to you!
domenica, 21 dicembre 2008, ore 16:14

Ho provato ad aspettare che il malumore passasse per sedermi qui e raccontarvi soltanto aneddoti esilaranti - e ammetto che, con tre traslochi e annesse disavventure nel giro di un paio di mesi, l'inizio di un nuovo percorso musicale in accademia, le tragicomiche vicissitudini di un'università che cerca di guardare al futuro con gli occhi di chi non è in grado di stabilire con esattezza cosa ci sia al di là del proprio naso, la scoperta di nuove amicizie e i tentativi di convivenza con le persone più improbabili che si possano immaginare, non mi sarebbe certamente mancato di che farvi sorridere -, ma tutto ciò che sono capace di tirare fuori da questi ultimi giorni di amarezza e desolazione mi da modo di pensare che se aspetto ancora un po' potrei seriamente correre il rischio che quest'anno voli via senza aver lasciato traccia nel mio angolino di mondo virtuale.
Non posso dire di essere triste, eppure sento che l’aria viziata e aspra che si respira tra le pareti di casa inizia lentamente a privarmi della consueta e, finora, inesauribile voglia di far sentire chi ho intorno di buonumore. Perché se sapere di essere l’unica ragione per cui chi mi ama trova la forza di andare avanti non può che farmi piacere, dall’altro lato la consapevolezza che quando sono via il silenzio più tagliente e l’astio regnino sovrani non è delle più confortanti. Alla bambina che è in me e che torna a casa dopo tre lunghi mesi, continuando a desiderare un Natale in cui tutti possiamo essere realmente più buoni e andare d’amore e d’accordo, non importa di non avere regali da scartare sotto l’albero quest’anno, ma vorrebbe poter chiedere a Babbo Natale un lavoro per il suo papà, un sorriso per far rifiorire il volto della sua mamma e un po’ di equilibrio e di maturità per la perenne instabilità della sua sorellona, cosicché la solitudine di queste giornate di festa possa almeno lasciare il passo ad un nuovo anno un po’ più tranquillo di quello che l’ha preceduto.
Mi chiedo spesso se il Natale sia stato davvero “inventato” per donare ai nostri cuori aridi un po’ di calore o non sia piuttosto l’ennesima occasione per ricordarci quanto siamo soli e infinitamente lontani gli uni dagli altri, dietro le buffe maschere che la vita ci costringe ogni giorno ad indossare. Non riuscendo a trovare risposta, mi metto a raccogliere gattine abbandonate tra le fredde strade di Roma e vi riverso sopra tutto l’amore che posso, perché in quegli occhi che tanto hanno da dire a chi è capace di ascoltare leggo molta più sincerità che in certi esseri umani, che a volte non meriterebbero di essere definiti tali.


così parlò ausrufezeichen. commenti (5)

A volte ritornano
lunedì, 22 settembre 2008, ore 12:42

Ci incontrammo un giorno di tanti, tanti anni fa, quando per contare la nostra età bastava ancora la somma delle dita di due manine. A scuola si allestiva una recita sull’Unione Europea: un lavoro immane, interamente ideato e realizzato da bambini e insegnanti e destinato a imperitura memoria, quale segno tangibile dei bei tempi andati e ultima tappa prima del fatidico passaggio dai banchi delle elementari a quelli delle medie. Io ero già una donnina estremamente impegnata e, per quanto cercassi di defilarmi da simili sfiancanti imprese, finii anche quella volta per metterci tutta l’anima e trascorrere gli ultimi mesi prima degli esami in uno stato di pressoché totale reclusione scolastica, sgobbando tra ricerche, copioni, costumi e prove generali. Diagnosticatomi un precoce esaurimento nervoso da cartelloni (mai visti e realizzati tanti in tutta la mia vita), le maestre decisero di affiancarmi una valida collaboratrice. Fino al momento in cui ci fecero conoscere, avevamo vissuto l’una senza sapere dell’esistenza dell’altra e ignare del fatto che quell’incontro si sarebbe rivelato tutto fuorché affidato al caso.

Il primo impatto per me non fu positivo; nell’ingenuità dei miei dieci venerandi anni riuscivo ad essere ancora più antipatica di quanto non sia adesso, e soprattutto non avevo sviluppato la capacità di celare le mie sensazioni per evitare di ferire i sentimenti altrui (capacità di cui ancora fatico ad appropriarmi). Il suo sorriso invece dimostrava che per lei era stato amore a prima vista, ma dato il mio scarso tatto, l’approccio non poté che essere estremamente scontroso:
- Lo sai che se cadi per terra fai un buco?
- Se cadi tu, invece, trovi il petrolio!
Inutile dire che da allora diventammo inseparabili: compagne di banco quasi ininterrottamente fino all’ultimo anno di liceo, compagne di giochi, di merende e di pettegolezzi, complici e confidenti  lungo un percorso che sembrava infinito, fatto di risate, chiacchiere e lacrime amare. Inseparabili in ogni dove, crescemmo l’una accanto all’altra tenendoci per mano (piccola precisazione, fui io a vederla crescere più che altro, dal momento che a dodici anni lei prese letteralmente il volo, lasciandomi a malapena all’altezza della sua spalla), abbandonammo insieme le dimensioni cubiche per assumere pian piano fattezze femminili, ma non perdemmo mai quella parte infantile che continuava a farci ridere a crepapelle per le scemenze più incredibili.

Non so dire come né quando o perché qualcosa si incrinò. Iniziarono i litigi, le incomprensioni, fino a che le nostre strade presero due direzioni diverse. Ma il passaggio fu tutto tranne che indolore. Non smettemmo mai un istante di volerci bene, e sono sicura che fu doloroso per lei quanto per me vedere che qualcosa stava cambiando: ci rivolgemmo a stento la parola per un interminabile ultimo mese di scuola pur continuando ad essere compagne di banco, trascorremmo l’ultima cena con i professori sedute ai poli opposti del tavolo e non ci fummo l’una per l’altra all’esame orale della maturità. Eravamo state sempre estremamente diverse e questa fu per anni la nostra forza, ma all’improvviso sembrava che avessimo varcato il confine tra la diversità e il diventare due perfette estranee. Io non mi riconoscevo più nel suo modo di fare, nei posti e nelle persone che frequentava, e probabilmente fu altrettanto per lei, ma non riuscimmo mai a parlarne.

Nessun litigio furibondo, nessuna reazione spropositata, nessuna “rottura” ufficiale. Semplicemente, i due anni che seguirono furono di totale silenzio. Io non riuscivo più a riavvicinarmi, e questo non vuol dire che non lo desiderassi profondamente, mi gettai a capofitto nell’ultimo anno di conservatorio, cercai amicizie altrove e ne trovai qualcuna degna di essere definita tale, e lo stesso può dirsi del nuovo mondo romano, ma in fondo al mio cuore ho continuato ad avere nostalgia del rapporto unico e speciale che avevo con lei, nonostante non sia mai riuscita a superare quella strana paura di farmi di nuovo male. Vi ho già detto altrove che una misteriosa rosa bianca ricevuta il giorno del mio compleanno ha dato il via a qualcosa di bello e strano insieme che non saprei altrimenti definire. Due giorni fa ci siamo finalmente ri-incontrate, -osservate, -ascoltate, -abbracciate e, se due anni di lontananza con tutto ciò che è successo e che ci siamo perse ci hanno sicuramente cambiate, è stato come se il tempo non avesse cancellato l’affetto ed i momenti indimenticabili che abbiamo vissuto insieme.

Ma devo restare coi piedi per terra e non mi spingo oltre. Chi vivrà vedrà. Una rosa bianca non potrà sicuramente cancellare in un colpo tutte le incomprensioni che ci hanno fatto stare male, ma io voglio sperare per un’ultima volta che questo tentativo possa andare a buon fine.


così parlò ausrufezeichen. commenti (7)

Considerazioni
sabato, 13 settembre 2008, ore 19:50

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale.

Oggi nella mia ridente e florida cittadina si svolge quello che da qualche anno a questa parte sembra essere diventato l’evento mondano per eccellenza: la notte bianca! Il capodanno dell’estate, la notte delle notti, il coronamento di un’intera stagione di bagordi festaioli, di luci stroboscopiche e musica assordante, di abbigliamento glamour, serate “in”, gente giusta e popolare, quella che - ommmiodddiozzètizzùro - per il semplice fatto di esistere ridona un senso ad ogni luogo benedetto dalla propria presenza (e non dimentichiamoci di aggiungere la chicca dell’evento culturale, del concertino o della mostra del cazzo alla quale a nessuno importa prendere parte, ma che non possono mancare, ché si sa, ormai l’intellettualoide fa tendenza). Capodanno, festa della donna, adesso anche la notte bianca… Giornate in cui, ancor di più che nel resto dell’anno, se non fai “qualcosa” e non sei capace di essere una pecora, non conti nulla e puoi direttamente andare a scavarti la fossa. In altre parole, l’apoteosi di tutto ciò contro il quale sono nata per condurre la mia strenua battaglia (pugno in alto – non per forza comunista –, capelli al vento e sguardo fiero: Veronica, la paladina della giustizia è tra noi! Applausi).
 
Io non pretendo di penetrare il complicato sistema della psicologia delle masse e di riuscire a metterne a nudo i più oscuri segreti, né tantomeno di fare filosofia spicciola o di sparare sentenze sugli altrui modi di vivere, perché sostanzialmente se la società va a rotoli, non esiste più la mezza stagione e si stava meglio quando si stava peggio, a me non importa affatto. Quello che un po’ mi interessa è capire se devo essere sempre la solita disperata guastafeste e asociale a pensarla in un certo modo, o se al mondo esistono altre anime infelici capaci di viaggiare sulla mia stessa lunghezza d’onda.
 
Partiamo dal presupposto (chiaramente intuibile) che sono sempre stata allergica alle formalità, alle costrizioni, al doversi comportare come “tutti” fanno perché il solo coesistere nello stesso luogo e tempo di bovini pascolanti impegnati nella medesima nullafacenza fornisca l’occasione per legittimare consuetudini obiettivamente opinabili. Aggiungiamo a questo il fatto che odio la gente. Attenzione, non ho detto “odio le persone”; significherebbe non amare la vita in sé, la quale a mio modo di pensare non ha altro aspetto meraviglioso se non gli incontri speciali, strani, lieti e allucinanti che ci porta a fare, e con essi il quantitativo infinito di pensieri, emozioni, parole, sguardi che fanno di ognuno di noi ciò che è per sé, per gli altri, con e attraverso essi. Odiare la gente significa odiare i non-volti, i non-sorrisi, i non-pensieri, i non-occhi, il non-cuore che un’accozzaglia informe di entità indefinite e indefinibili può non-avere. Odiare un non-qualcosa è come non odiare niente, ma dal momento che il niente assume consistenza (e, nei casi più gravi, persino importanza) se qualcuno inizia a prestargli attenzione, ecco che quella che solo apparentemente è una lotta contro i mulini a vento diviene qualcosa di cui parlare.
 
In queste occasioni di euforia e fermento generalmente diffusi (senza considerare i casi in cui gli animi sono così sovraeccitati dal perdere il controllo e arrivare addirittura a mandarsi a cagare), che da attenta e scrupolosa osservatrice non manco mai di studiare approfonditamente pur cercando di tenermi a dovuta distanza, noto sempre una contraddizione di fondo: l’esaltazione e il fermento festaiolo raggiungono l’apice fino al momento prima che l’evento abbia inizio, quando all’improvviso, nell’istante esatto in cui l’orgasmo dovrebbe finalmente esplodere e donare un senso di profondo appagamento, il tutto implode in una generalizzata mollezza interiore che fa vivere quello che fino ad un momento prima sembrava l’unico vero motivo per il quale essere al mondo come un banale accidente di un’esistenza vuota e priva di emozioni, ingiusta punizione inferta ancora una volta da un destino ingrato. Volti inespressivi e omologati sotto un mascherone di trucco, studiato appositamente per dimostrare almeno un decennio in più, iniziano a spegnersi in una tristezza abissale: la noia ha ancora una volta preso il sopravvento. Nulla può salvare dal baratro dello sconforto gli animi di quanti hanno ora la sensazione che quei lustrini non riescano a brillare abbastanza nel loro unico momento di gloria, ma una speranza sepolta in fondo al cuore riesce a rimettere insieme i cocci di una serata inevitabilmente finita a puttane: “Ho portato la macchina fotograficaaa!” E allora coraggio, non tutto è perduto. Un falsissimo sorriso giusto per il tempo di un click si riesce ad imbastire, e gli abbracci amichevoli tra perfetti sconosciuti, le pose che donano un etto in meno, le pacche sulle spalle e lo slancio vitale che si esaurisce in un cheeese senza suono domani faranno morire di invidia tutti, quando verranno postati sul blog.

Detto questo, secondo voi è davvero grave se in serate come questa non scoppio dalla voglia di uscire per perdere due ore del mio tempo tra strade intasate e parcheggi inesistenti, oppressa dall’afa e dalla folla unta, appiccicaticcia e indemoniata, e sono quasi contenta che stia per arrivare un temporale?

Ultimo aggiornamento: naturalmente, poi, ad un terzo di notte bianca ci sono stata e posso confermare parola per parola quello che ho scritto sopra. Già che sono in vena di considerazioni, mi viene da chiedermi perché, se penso a quanto amo i miei genitori, piango. Ma questa è un'altra storia, e forse la racconteremo nella prossima puntata.


così parlò ausrufezeichen. commenti (9)


Veronique, c'est moi
Sono io. Non posso essere altrimenti che così e per alcuni versi ne vado fiera. Perché nel mondo di sterili ed apatici scheletri senza volto e senza nome in cui viviamo, sono contenta di avere una personalità, seppure inevitabilmente imperfetta e soggetta all’errore. Due o tre cose che so di me: amo l’Arte nella sua più profonda essenza, suono il violino da quando avevo 4 anni e desidero con tutta me stessa che la Musica non smetta mai di essere il motore della mia esistenza. Innamorata della vita, dell’Amore, della mia famiglia, della cultura, ho dei valori nei quali non mi sono ancora stancata di credere. L’ignoto mi attrae e spaventa allo stesso tempo, ma credo fermamente che proprio l’impossibilità di conoscere ciò che la vita ci riserva la renda davvero degna di essere vissuta.

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per amare questo mondo
la mia mamma. la mia famiglia. l'Amicizia. la Musica. l'Arte, in ogni sua forma. le coccole! le sorprese. l'immensità di un cielo stellato. la voce del mare. le bolle di sapone. il profumo dei libri. viaggiare. il mio disOrdine. il silenzio della notte. le nuove idee.

nuvole nere sul mio cielo
gli addii. l'ipocrisia. l'invidia. l'ignoranza. il mio orgoglio. le mie debolezze. la solitudine. la cecità dei normali. le formalità. avere paura. non poter dire ciò che penso. perdermi, in tutti i sensi.

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note
J.S. Bach. S. Barber. L.V. Beethoven. H. Berlioz. G. Bizet. L. Boccherini. A.P. Borodin. J. Brahms. A. Corelli. F. Chopin. P.I. Ciajkovskij. C. Debussy. A. Dvorak. E. Elgar. G. Fauré. E. Grieg. F.J. Haydn. P. Hindemith. F. Liszt. G. Mahler. F. Mendelssohn. W.A. Mozart. M. Mussorgsky. N. Paganini. S. Prokofiev. G. Puccini. M. Ravel. S. Rachmaninoff. N. Rimsky Korsakov. M. Reger. C. Saint-Saens. P. Sarasate. D. Shostakovich. F. Schubert. R. Schumann. J. Sibelius. B. Smetana. R. Strauss. I. Stravinsky. G. Tartini. G.B. Viotti. T. Vitali. A. Vivaldi. R. Wagner. H. Wieniawski. W. Walton. Aerosmith. Anastacia. G. Allevi. G. Burton. E. Clapton. M. Davis. K. Jarreth. A. Piazzolla. E. Satie. S.R. Vaughan. Coldplay. Iron & Wine. Ligabue. Keane. L. Kravitz. Mika. Muse. Negramaro. Oasis. Radiohead. Red Hot Chilli Peppers. Savage Garden. Skin. Queen. The Coral. Travis. The Velvet Underground.

pellicole
La leggenda del pianista sull'oceano. Sette anime. Amadeus. Amata immortale. Canone inverso. Il pianista. Schindler's list. Big Fish. Edward mani di forbice. La sposa cadavere. A nightmare before christmas. La fabbrica di cioccolato. Arancia Meccanica. La ricerca della felicità. Cruel Intentions. Il favoloso mondo di Amélie. Vero come la finzione. A beautiful mind. The illusionist. Silent Hill. Scoprendo Forrest. Neverland. Il curioso caso di Benjamin Button. Il divo. V per vendetta. La maledizione della prima luna. Starsky & Hutch. Un appartamento per tre. Zoolander. L'era glaciale. Shrek. Harry Potter e la pietra filosofale, ..e la camera dei segreti, ..e il prigioniero di Azkaban, ..e il calice di fuoco, ..e l'ordine della fenice. Ratatouille. La bussola d'oro. Alvin and the chipmunks.

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